di Simone Casiraghi
Nella notte del 26 gennaio 2026 l’Italia ha contato 10.037 persone senza dimora nei 14 principali Comuni centro delle aree metropolitane. È un numero importante, il primo emerso dal censimento appena concluso, coordinato da Istat e fio.PSD e presentato questa mattina a Roma, e, hanno detto gli analisti nel presentare la ricerca, è un dato che pesa come una “dichiarazione d’emergenza”: più di quattro persone su dieci, “4.474… sono state conteggiate in strada, in spazi pubblici o in sistemazioni di fortuna”, mentre le altre 5.563 hanno trovato posto nelle strutture di accoglienza, spesso già al limite della capienza.
Roma guida questa geografia della fragilità con 2.621 persone, seguita da Milano, Torino e Napoli. Ma la mappa non è uniforme: a Reggio Calabria i senza dimora sono appena 31, mentre a Genova la quota di chi dorme all’aperto raggiunge il 65,9%, un dato che da solo racconta la difficoltà di intercettare e proteggere chi vive ai margini.
Ma il censimento non è stato solo un esercizio statistico. Anche se durante la presentazione dei dati, a Roma, molte perplessità sono state espresse direttamente da chi aiuta in strada e porta conforto a queste persone, a cominciare dal fatto che il numero, già definito da “emergenza”, denunciano essere “abbondantemente sottostimato” rispetto alla realtà del fenomeno delle persone senza dimora cge loro, per primi, incontrano ogni giorno.
Dubbi quindi sulla metodologia seguito (e i giorni scelti del censimento), la rilevazione è stata comunque anche un tentativo di restituire un volto a un fenomeno che cambia rapidamente e che sfugge alle categorie tradizionali. Le donne, ad esempio, restano una minoranza quasi invisibile: “1.189… pari al 21,4 per cento” nelle strutture, e appena il 12 per cento tra chi vive in strada. Gli analisti hanno ricordato che la loro assenza non indica una minore vulnerabilità, ma “spesso una maggiore esposizione a forme di ospitalità precarie, relazioni asimmetriche, dipendenze affettive o economiche che impediscono di emergere nelle rilevazioni”.

Ancora più evidente è la presenza di persone straniere, che rappresentano “il 69%” degli ospiti in struttura. A Milano, Torino, Firenze e Bari la quota supera i tre quarti. Non è un dato inatteso, spiegano gli esperti, ma è il segno di un sistema di integrazione che fatica a reggere l’urto delle crisi economiche e abitative. Molti stranieri finiscono in strada dopo la perdita del lavoro, la scadenza dei permessi o l’uscita da percorsi di accoglienza che non prevedono un reale accompagnamento verso l’autonomia. Colpisce, nel report, l’assenza quasi totale di alcune comunità molto presenti nelle città italiane: cinesi, bangladesi, filippini, peruviani. Segno che la povertà estrema non colpisce allo stesso modo tutti i gruppi, ma si concentra dove le reti familiari e comunitarie sono più fragili.

L’età media dei senza dimora racconta un’altra storia: quella di una marginalità adulta, spesso improvvisa. Oltre il 60 per cento degli ospiti delle strutture ha tra i 31 e i 60 anni, mentre gli over 60 sono quasi un quarto. In strada, però, gli anziani scendono al 10,6 per cento: sopravvivere all’aperto richiede una resistenza fisica che molti non hanno più. I giovani, invece, emergono soprattutto al Sud e nelle Isole: a Catania rappresentano il 39,3 per cento degli ospiti, a Bari il 31,2. È un segnale preoccupante, perché indica un ingresso precoce nella spirale della marginalità.

Ma il dato più duro riguarda i luoghi del dormire. Quasi la metà delle persone in strada, “48,7 per cento”, non ha alcun riparo: giacigli su marciapiedi, panchine, aree verdi, parcheggi. Un altro terzo si rifugia sotto portici, ponti, sottopassi. Le stazioni restano un punto di concentrazione, ma non più il principale. Gli operatori spiegano che la dispersione è aumentata: chi vive in strada tende a spostarsi continuamente per evitare conflitti, controlli, aggressioni. La città diventa un mosaico di micro-rifugi, spesso invisibili.
Gli analisti concordano su un punto: il sistema di accoglienza italiano è ancora troppo emergenziale. I 6.678 posti letto disponibili non bastano, e in molte città le strutture lavorano oltre la capienza dichiarata. A Cagliari, ad esempio, “il numero di ospiti supera quello dei posti disponibili” grazie a letti aggiunti in emergenza. Ma l’emergenza non può essere una strategia. I modelli più efficaci, ricordano gli esperti della fio.PSD, sono quelli dell’Housing First, che il report descrive come percorsi in cui “si accolgono in appartamenti indipendenti persone senza dimora… senza limiti temporali”. Non un letto per una notte, ma una casa da cui ripartire.

Il futuro, se si vuole affrontare davvero il fenomeno, passa da tre direttrici: aumentare l’offerta abitativa stabile, prevenire la perdita della casa intervenendo prima che le persone scivolino in strada, e costruire un sistema di monitoraggio continuo che permetta di cogliere i cambiamenti in tempo reale. Perché la fotografia scattata a gennaio è preziosa, ma è pur sempre un’istantanea. E la vita di chi vive in strada cambia ogni giorno.
Il report Istat, nella sua freddezza numerica, restituisce un’immagine chiara: l’Italia non è un Paese povero, ma è un Paese che produce povertà estrema. E lo fa soprattutto nelle sue città più ricche, dove il costo della vita cresce più velocemente delle opportunità. Guardare questi numeri significa guardare la parte più fragile della società, quella che non ha voce e spesso non ha nemmeno un nome. Significa decidere se continuare a considerare la marginalità come un fenomeno inevitabile o come una responsabilità collettiva.
Infine, messi in fila, una raccolta di moniti che gli stessi analisti hanno evidenziato più volte nel raccontare questi dati e interpretando i numeri. E su cui sembrano tutti concordi almeno in alcuni punti chiave.


Primo fatto: la strada non è un luogo neutro. La concentrazione nelle aree centrali, come evidenzia il report, è un indicatore di sopravvivenza: “La maggior parte si concentra nelle aree urbane del centro storico… ad alta densità”. Qui ci sono servizi, passaggi, possibilità di aiuto. Ma anche maggiore esposizione, conflitti, criminalizzazione.
Secondo aspetto: la pressione migratoria non è la causa, ma un acceleratore. Gli analisti infatti hanno più volte sottolineato che la sovra-rappresentazione degli stranieri non va letta come un problema migratorio, ma come un fallimento delle politiche di integrazione e lavoro. Molti stranieri finiscono in strada dopo la perdita del lavoro o la scadenza dei permessi.


Questo significa, terzo punto, che l’emergenza emersa non è più un modello sostenibile. La carenza strutturale di posti letto mostra che il sistema di accoglienza è ancora basato su una logica emergenziale. Gli esperti della fio.PSD ricordano anche che i modelli più efficaci in Europa sono quelli definiti di Housing First, che il report cita esplicitamente distinguendoli dalle strutture emergenziali.
A questo punto cosa fare? Quello che è necessario, dicono, è una strategia nazionale stabile. Il fenomeno è troppo grande per essere gestito solo dai Comuni. Gli analisti chiedono una regia nazionale, fondi pluriennali e un’integrazione reale tra politiche sociali, sanitarie e abitative.
E allora in che cosa si può cambiare e mettere nella strategia nazionale? In questo gli analisti sono molto precisi. Primo passo, rafforzare l’accoglienza strutturale, nel senso che con3.400 posti mancanti, la priorità diventa ampliare l’offerta, ma non solo in termini numerici: servono strutture piccole, diffuse, integrate nei quartieri. Oltre a investire nell’Housing First, quindi, occorre forse prima prevenire la perdita della casa. La maggior parte delle persone senza dimora non arriva da percorsi di marginalità estrema, ma da fratture improvvise: perdita del lavoro, separazioni, sfratti. Intervenire prima significa ridurre drasticamente il numero di persone che finiscono in strada.Lo strumento più efficace in questo senso, viene indicato come un monitoraggio continuo del fenomeno, proprio per capire le dinamiche stagionali, i flussi, le nuove vulnerabilità.

Insomma, alla fine, il report Istat, pur con qualche difetto metodologico e limite nella capacità di rilevazione, diventa al momento l’unico specchio in grado di mostrare un’Italia che, nelle sue città più ricche e dinamiche, lascia migliaia di persone senza un luogo dove dormire. Mette a nudo come i cosiddetti sistemi di accoglienza, in realtà reggono a fatica, e una società che spesso vede ma non guarda. Ma, alla fine perché va detto anche questo, mostra anche una rete di volontari, operatori, ricercatori e amministrazioni che, insieme, stanno costruendo una conoscenza solida del fenomeno.
Qui puoi trovare il comunicato stampa con i primi risultati del Censimento delle persone senza dimora


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