La neve lo aveva quasi cancellato dal mondo. Solo un naso aquilino spuntava da sotto la panchina di una piazzetta milanese, quando all’alba uno spazzino, credendolo un fantasma, fuggì spaventato. Sotto quella coperta di neve dormiva Iginio, un uomo piccolo e silenzioso che per anni aveva chiamato “casa” quella panchina.
La sua vita era stata dura, segnata dalla povertà del dopoguerra e da una pensione troppo misera per vivere. Ma Iginio possedeva un rifugio segreto: era un sogno, così vivido da diventare realtà. Questa è la storia di un uomo che molti avrebbero attraversato con lo sguardo distratto, come si passa accanto a una panchina qualunque in una piazza di città. Ma accanto al sogno, c’era anche un dettaglio che lo rendeva diverso da tutti, un segno misterioso della sua identità. Solo conoscendo la sua storia e quel dettaglio, si scopre la chiave segreta di quel sogno, capace di cambiare il destino di un uomo invisibile.
di Mirco Nardelli
Il mio nome è Iginio… Iginio Rana.
Come tutte le mattine il triciclo dello spazzino si fermò davanti alla piazzetta; quel giorno la pedalata era più dura, perché la notte aveva nevicato per qualche ora.
Il cielo ancora plumbeo illuminava quei pochi centimetri di neve che avevano pennellato uniformemente il parchetto con le sue aiuole, le panchine e il sagrato della chiesa e… perfino i giochi dei bimbi sembravano delle bellissime sculture di Boccioni!
Le poche tracce nella neve erano la testimonianza che la città doveva ancora destarsi.
Sceso dal mezzo, il netturbino prese il necessario per cambiare i sacchi ai quattro lati del giardino e si incamminò affondando, con gli stivali di gomma forniti dal Comune di Milano, per il vialetto centrale, dove erano poste una fila di panchine che accompagnavano il viandante fino all’entrata della chiesa, la quale si stagliava stupenda con il suo portale rosso, in netto contrasto con il bianco intonso dei gradini innevati.
Stava percorrendo i pochi metri che lo separavano dal primo cestino, (l’aria fredda si mescolava al suo respiro) quando passando sulla destra del vialetto vide una figura bianca a pochi centimetri da lui alzarsi dal nulla: “un fantasma” … fu il primo pensiero sgranando gli occhi.
In un nano secondo lasciò cadere i sacchi e giratosi su sé stesso iniziò a correre verso il triciclo, lo oltrepassò e via ancora a gambe levate!
Si fermò solamente due strade più in là, per guardare cosa stesse succedendo alle sue spalle.
Fu in quel momento che vide spuntare da sotto la neve della seconda panchina a destra il naso aquilino del protagonista di questa storia: era il naso di Rana… Iginio Rana, (come direbbe James Bond), che si era addormentato la sera nel suo sacco a pelo, e non si era reso conto della nevicata notturna, svegliato solo sentendo lo scricchiolio della neve sotto i passi del netturbino, che si era avvicinato troppo alla sua panchina; e quando dico “SUA panchina”, intendo quella che lui identificava come casa sua.
Iginio era quel che si dice un “Barbone stanziale”: metodico, minimalista. Uno di quelli che vengono idealizzati dal pensiero comune; e non importa che aspetto hanno, nemmeno chi sono o chi erano e tanto meno il loro percorso, se hanno amici o famigliari, oppure sogni o rimpianti e, purtroppo, nemmeno dove sono o dove andranno.
A noi, sarà sempre sconosciuto tutto ciò che aveva condotto quella, figura bianca di neve, con la pelle candida, dalla nuca sfociante nel suo naso importante, a dormire su quella panchina nella piazzetta della chiesa, a meno che, non ci soffermiamo a fare ad una considerazione: non necessariamente pragmatica ma, una riflessione nella sua veste romantica sull’individuo Iginio.
Per capire come mai Iginio Rana si era svegliato nel suo sacco a pelo e sotto la neve, dobbiamo comprendere chi era e com’era il nostro povero incolpevole fantasma, anche in quell’inverno con il freddo che tagliava il viso, quando in silenzio con le spalle curve sotto il peso dello zaino, si avviava, non si sa dove, per bere il suo caffè del mattino.
Iginio nasce negli anni Trenta. Vive il dopoguerra, che richiama il tempo della sopravvivenza, del bisogno e della fame nella Milano da ricostruire. Con il ritorno dalle peregrinazioni degli sfollati, la vita dura dei quartieri bombardati e la ricostruzione, Milano cercava di riconquistare il suo spazio. Purtroppo, nascondendosi nel nome del bisogno, le prevaricazioni sui più deboli erano l’altra faccia della solidarietà.
In quell’epoca era un intreccio di mille storie e di mille futuri, e spesso non lasciavano scampo a chi aveva un carattere remissivo, ed aimè Iginio a suo malgrado non faceva eccezione.
Purtroppo, è notorio che la guerra fa vittime anche in tempo di pace, Rana fu una delle vittime sacrificali di quel periodo: la gente si approfittò di lui.
Lavorò sodo per molti anni, ma quando arrivò all’età della pensione si ritrovò con la retribuzione minima, di poche centinaia di mila lire, che con l’arrivo dell’euro all’inizio degli anni 2000 si trasformarono in pochi euro: in pratica con quella cifra le possibilità erano poche. Se poi ci mettiamo l’ignoranza la risposta alle sue domande fu facile e si racchiuse in due azioni principali della sua quotidianità, ovvero, mangio e fumo.
Pertanto, la panchina, quella panchina del parchetto diventò: “la sua panchina”. (Molto meno romantica della canzone della “panchina pubblica” di Brassens, che vedeva gli innamorati baciarsi), ma anche lei ritornava di nuovo pubblica quando Iginio la mattina recuperava le sue poche cose ed andava ad errare per Milano. …per poi rincasare di nuovo la sera, per infilarsi nel suo sacco a pelo, e dormire serenamente fino al mattino seguente.

Iginio era alto circa 160 cm, non arriva ai 50 kg tutto vestito, compreso il cappotto larghissimo. Sembrava ancora più magro in quanto gli mancano alcuni denti e pertanto, le guance tendevano a rientrare scavando due solchi che mettevano in evidenza il suo naso, ovviamente aquilino. A modellare ancor più l’aspetto esteriore era la sua testa, con la fronte pelata e la nuca dove spiccava un codino, il quale era l’unica particolarità su un aspetto che era comune a tanta gente di strada, ma, come vedremo nel proseguo della storia, questo codino per Iginio Rana rappresenta “il suo credo.”
Era un simbolo, che lo elevava al di sopra del prossimo: lo stesso prossimo che lo classificava come “un uomo qualunque”, anzi ancor peggio, come “il barbone qualunque”. È difficile dipingere ogni barbone con la stessa luce. Quest’uomo silenzioso, bussò alla porta della comunità per senza dimora gestita dall’Opera Guanelliana e dagli Amici di Gastone, una sera di febbraio del 2001; l’avevano mandato i servizi sociali. La motivazione quasi ovvia era stata: “Dormire a quasi 70 anni su una panchina probabilmente non era salutare, quindi, non era più il caso di farlo”.
Così Iginio si fece convincere ad approdare ad una nuova situazione, più gestibile per una persona come lui. Si presentò con fare cupo e guardingo, come in un film dove il protagonista è pronto a scattare per qualsiasi evenienza: “Mi chiamo Iginio… – disse con una pausa – Iginio Rana”. …Scccccc… Ci sorprese il suo silenzio; come direbbe una canzone: “Non parlava di sogni e nemmeno di idee”.
Dopo qualche domanda di rito, lo invitammo a farsi una doccia per diventare da “brutto anatroccolo” ad “individuo”…Inutile dire: “Quando il fato ci vuole mettere il naso, lo mette”, e spesso negativamente. Quella sera non ci fu verso di far comparire l’acqua calda dalla doccia! Ma “uno che è vissuto per anni su una panchina, un po’ di acqua fredda non lo spaventa sicuramente”, ci dicemmo, e una minestrina di dado e un buon letto finirono per compensare la doccia gelata.
Fu così, in quella sera d’inverno che Iginio diede inizio alla nuova fase della sua vita, che la società in qualche modo gli doveva.
Quello che spiccava nel rapporto con lui, era il suo silenzio. …purtroppo, era frutto di una vita dura, dove “il parlare poco” spesso ti fa stare fuori dai guai e, i guai degli altri, fuori da te.
La vita passava uguale e la sua metodicità diventava sempre più palese. Si era inserito nella comunità… anche se il suo nome per qualche ospite era “Igino” o “Gino”. La dolcezza di quell’uomo aveva rapito molte persone, compresi gli ospiti stessi, che andavano in protezione di quell’omino quasi ad abbracciarlo simbolicamente.
La mattina quando era libero prendeva il tram ed andava in centro. Non avendo dipendenze ma solo un progetto di reinserimento, una passeggiata per Milano non aveva certo controindicazioni, diceva il prete responsabile della struttura. Si pensava che da buon pensionato facesse visita a qualche cantiere.
I suoi giri in città continuarono anche quando venne in possesso di una bicicletta, tipo Graziella ma con le ruote più larghe. Quel mezzo regalò ad Iginio l’autonomia negli spostamenti ed aggiunse un altro piccolo gradino positivo alla sua vita.
Un giorno lo videro a Milano, seduto vicino a piazza Cordusio, ed alla domanda del motivo della sua presenza in quel luogo, lui rispose che era andato a lavorare.
“A lavorare!?” – domandò stupito l’interlocutore -. “Sì, in banca!” disse con naturalezza Rana.
Quell’informazione ci fece tendere un filo nella fascia sconosciuta della vita del nostro ospite. Ci rendemmo conto quale era il motivo delle giornate passate in centro.
Ovviamente nella sua vita Iginio Rana in banca non mise mai piede, almeno come operatore e probabilmente nemmeno come utente. Più semplicemente il nostro amico era un sognatore, un “Sognatore Compulsivo”.

Essere un Sognatore Compulsivo non è grave, di solito sognare di diventare calciatori, ballerine o astronauti fa parte dei sogni della nostra pubertà, e si arriva a sognare tranquillamente anche in età avanzata ma, a volte, quando inciampi nei sogni, rischi di rimanerci impigliato ed entrare in un mondo parallelo tutto tuo.
Non saprei in quale girone Dante avrebbe potuto collocare il mondo dei Sognatori: si vivono le realtà deformate, fino al punto di confonderle e raccontarle come se fossero reali.
È presumibile che Iginio per scappare a ciò che era negativo nella sua vita si era rifugiato in questa realtà distorta, sbagliata a nostro parere, ma inappuntabile dal suo punto di vista: aveva ribaltato il rapporto interpersonale con il suo prossimo: “io bancario ti accetto ma non mi interfaccio con te”. Questo scudo funzionava, ma il suo viaggio incredibilmente andava oltre, MOLTO OLTRE.
Ora che avevamo la chiave di volta per arrivare al nocciolo del suo pensiero, dovevamo capire lui dov’era? Tutto questo ovviamente senza sovrapporci alla psicologa e nemmeno come mi aveva suggerito il mio amico Leo, dare troppo il “la” ai suoi sogni.
A volte le verità taciute allontanano i porti dalle navi dei sogni, le quali rimangono in alto mare in balia degli eventi; quindi, capire, significava farsi raccontare il personaggio celato dietro quel naso aquilino. Sicuramente non è negare un problema che ti aiuta a risolverlo, ma svilupparlo con coscienza ed attingerne il nettare.
Un pomeriggio di primavera inoltrata, eravamo seduti fuori dalla comunità, e lui raccontò il simbolo del suo orgoglio, il suo famoso codino. Ci disse che “Il codino” era un simbolo di chi lavora in banca, ma quello non è il simbolo di un semplice bancario, bensì di un Banchiere!
Così esordì il nostro amico: gli consentirono di fregiarsi di quel simbolo solo dopo aver sostenuto un esame per banchieri, il quale si svolse in questo modo. “Dal racconto di Iginio Rana”: “Mi fecero entrare in una stanza semi buia, una sedia illuminata al centro di un semicerchio di poltrone occupate dai banchieri mondiali, davanti a me c’era un uomo, Sai chi era? Era Sindona. Il presidente con un cenno della mano mi invitò a sedermi su quella seggiola posta al centro. Dopo qualche minuto di silenzio mi chiese: Iginio, come possiamo salvare la Banca Mondiale Europea?”.
Fece una pausa, per comprendere se la sconvolgente notizia che ci aveva appena dato avesse fatto effetto su di noi, e subito dopo riprese il racconto: “La quale aveva forti perdite a suo dire. Mi presi qualche minuto ed esclamai: Io ho la soluzione!”.
“Quello che avrebbero dovuto fare, spiegai, era recuperare i centesimi dopo la virgola da tutte le operazioni bancarie, ed investirli in un fondo per compensare le perdite delle banche”.
“Dopo le mie parole ci fu un bisbiglio tra tutti i partecipanti e poi il silenzio. Il tacere della sala durò per quasi cinque minuti, al termine dei quali Sindona guardandomi molto seriamente iniziò a battere le mani da solo; immediatamente seguito da tutti gli altri banchieri della Banca Mondiale Europea! Mi applaudirono per molti minuti. Sindona mi disse: “Iginio Rana, puoi fregiarti del codino come simbolo dei Banchieri”.
L’”orgoglio” usciva da quelle parole. Chi eravamo noi per svegliarlo da quel bellissimo suo sogno, simbolo del suo nuovo inizio?!
Lo coccolammo e lasciammo sognare Iginio Rana anche quando andò a vivere da solo nella sua casa popolare. Dove tutte le mattine con la sua bicicletta, andava a lavorare alla “Banca Mondiale Europea”.
Il mio pensiero che seduto nel centro di Milano, condividesse con migliaia di impiegati il fardello delle giornate di lavoro, e con loro ne respirasse i profumi e traspirasse sogni.
La farfalla aveva smesso di trasformarsi in crisalide tutte le sere prima di ritornare curvo alla panchina. Ora aveva una casa e un mezzo, degli amici, era un individuo agli occhi del mondo, anzi era “un Banchiere”… Tutto questo, fino a quando, mentre dormiva smise di sognare, e se ne andò con la dignità di uomo libero, con il suo naso aquilino ed il codino da influente della finanza mondiale.
La storia finisce così, ma non bisogna affliggersi, sicuramente tra i due estremi del suo sentiero terreno, ci saranno stati mille stadi che nascondevano Iginio al mondo. La bellezza di una vita è l’evoluzione della stessa. Se poi ci siamo evoluti da come eravamo, vuole dire che l’abbiamo spesa bene, anche se ciò è un frutto irreale. Iginio era diventato da “semplice sfollato” a “membro del Gotha Bancario mondiale”, e quale sogno è stato più bello per una storia iniziata molte decine di anni prima, tra le macerie della Milano da ricostruire?
Noi non potremo mai quantificare la bellezza di una vita, sia nel pragmatismo che nel romanticismo, nel realismo o nel suo opposto. E se tutto ciò è accompagnato dalla solitudine, di chi si emargina per difendersi dal suo stesso prossimo, ci fa interrogare sulla correttezza del mondo.
La vicenda del nostro Iginio la vorrei concludere con una frase: “Non mi accorsi di essere caduto, nemmeno quando mio fratello mi diede una mano per rialzarmi”.
Il mio nome è Rana… Iginio Rana, come Bond… James Bond.


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