di Simone Casiraghi
Sono già tredici i morti i senza tetto nei primi cinque giorni del 2026. Il primo, il 2 gennaio, è morto per un “semplice malore” a Ostiglia, paesino lombardo. Lo stesso giorno, altre due persone sono morte sulla strada. Poi è stata la volta di Gioacchino, poi di Hassan, di Anatolji, di Andrea. Un decesso al giorno fino all’8 gennaio, due di loro erano donne, ultimo dato disponibile e in continuo triste aggiornamento.
Questa contabilità ha uno storico drammatico. A fine 2025, i decessi di persone che vivono sulla strada sono arrivati a segnare ufficialmente414 casi, un numero già in linea con il dato degli anni precedenti. Il freddo delle ultime settimnane – dicono gli esperti sanitari – ha moltiplicato gli effetti causando malori generici, una caduta, una malattia lieve o un incidente, così come a causa del “freddo” o del “caldo”, rendendo fatali dei meri eventi naturali.
Il primo ufficialmente registrato, si chiamava Sebastian Cebula Bogumi, polacco di 44 anni. È stato sepolto al cimitero di Azzano, poco prima della fine dell’anno, nel cimitero a meno di un quarto d’ora dal Comune da dove è scoppiato l’inferno del Covid. Prima di Sebastian, il giorno prima, 28 dicembre, hanno raccolto senza vita un altro uomo, aveva 66 anni ma non ancora un nome. È morto fra i carrelli davanti a un supermercato, provava inutilmente a ripararsi dal freddo.
Prima ancora, andando indietro fino al 5 gennaio 2024 si trova il primo morto, un altro senza fissa dimora, un tunisino di 33 anni, morto a Roma per un incidente. L’indomani un 29enne, marocchino, si è tolto la vita all’ospedale di Modena. La contabilità è del 2024, ultimo dato ufficiale: registra 434 morti fra i senza tetto. Il primo morto del 2024 è stato Darim Singh, 32 anni, originario del Punjab, trovato senza vita sotto i portici di Piazza del Plebiscito a Napoli, proprio mentre la città si preparava al concerto di Capodanno. L’ultimo è stato Beye Cheikh, 35enne senegalese, ucciso dal freddo sul lungomare di Martinsicuro (Teramo) la notte di Santo Stefano (RaiNews).
Sono stati 399 morti nel 2022, 415 nel 2023. Giò 414 nel 2025. In media più di uno al giorno. Non ci sono ancora dati definitivi sui decessi dei senzatetto nel 2025, l’anno è appena terminato, ma organizzazioni come la Federazione Italiana Organizzazione Persone senza Dimora (Fio.Psd) raccolgono attivamente questi dati (qui l’ultimo Report), stimano già che il 2025 sarà storicamente l’anno con il numero più alto di morti.
Siamo a meno di dieci giorni dall’inizio del 2026, e sta partendo il censimento Istat delle persone senza dimora in 14 aree metropolitane italiane. Ma nella contabilità finale si sa già che non figurerà C.F., 25 anni, originario di Arezzo, morto il primo giorno dell’anno per tossicodipendenza, sotto un ponte di Firenze. È balzato alla cronaca solo perché sul comodino aveva lasciato un suo scritto: “Autorizzo l’espianto dei miei organi”. È stato il suo ultimo gesto. Un giudice di Firenze ha rispettato quelle volontà e ha autorizzato l’espianto degli organi.

Tutto questo non è solo retorica. Così muore, ogni anno, chi vive in strada. Invisibile agli occhi della città, tra portici, giardini abbandonati, fermate della metropolitana, sotto le pensiline. È una statistica che stride con la nostra percezione collettiva della realtà. Nel 2024 in Italia sono morte almeno 434 persone senza dimora, molti più che negli anni precedenti. Sono uomini nella stragrande maggioranza dei casi, con un’età media di poco meno di 45 anni – quasi la metà dell’aspettativa di vita media nazionale – e la maggior parte sono stranieri. Ma dentro questi numeri, come sempre, c’è qualcosa di più profondo: ci sono nomi, storie, attese mai nate e sogni infranti prima di prendere forma.
In questo quadro c’è un dato che sarebbe opportuno mettere in primo piano più spesso: tutti quanti non sono morti per cause “naturali”. Sono morti perché il tessuto sociale, con le sue protezioni, i suoi servizi, le sue reti, il suo sistema volontario di aiuti non è stato in grado comunque di trattenerli.

Non significa che tutto questo non vada bene. È necessario andare incontro alle persone, raggiungerle fisicamente in strada, perché è lì che vivono. La strada, luogo di violenza, di incidenti e aggressioni, è scuramente il punto di partenza per incontrare queste persone. Ma come sostiene la Croce Rossa – ed è un dibattito che sta sempre più crescendo fra le associazioni -, gli aiuti per strada devono servire per “stabilire un contatto, e poi per capire di che cosa ogni persona ha bisogno per uscire dalla strada, non per consolidare quella situazione”. Porsi in ascolto, comprendere la natura del disagio ed intervenire con soluzioni alternative, integrate tra sociale, sanità e comunità deve aiutare a portare avanti un cambiamento di approccio al fenomeno della grave marginalità adulta.
È una riflessione, questa, che sta attraversando molte associazioni. È una lente di analisi del proprio operato e dell’efficacia reale del loro lavoro fatto sulla strada. E alla base di questa riflessione ora c’è una domanda chiave e che scuote il dibattito pubblico: distribuire coperte non basta più?

«Non possiamo limitarci solo a distribuire coperte. Dobbiamo superare la logica dell’emergenza», ha raccontato Cristina Avonto, presidente della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora. Per Avonto, la morte in strada non è un problema episodico, ma la manifestazione finale di un fallimento delle politiche abitative, sociali e di inclusione. (Notizie.com). E ancora: “Secondo l’Istat, sono oltre 96mila in tutta Italia le persone senza tetto iscritte all’anagrafe. Pensiamo davvero di poterle aiutare con delle coperte? Al 16 gennaio scorso erano già 16, uno al giorno, i senza fissa dimora morti in strada per il freddo”.
È un punto di vista condiviso da molti operatori sociali: l’intervento deve partire proprio dalla strada, luogo in cui queste persone vivono. Offrire un panino, una coperta, un semplice bicchiere di the o di caffè sono il mezzo, non il fine. Il mezzo per ambire a un intervento più profondo, emotivo e porre le prime basi per u rapporto più profondo, di fiducia e amicizia. Per offrire non solo assistenza immediata, ma percorsi di stabilizzazione, supporto sanitario, opportunità di reintegrazione. Organizzazioni come quelle che seguono il modello Housing First sottolineano come l’accesso a una casa, per esempio, sia il primo passo per interrompere la spirale di esclusione. (Il Fatto Quotidiano).

Gli interventi di emergenza, come i piani freddo messi in campo dai comuni, offrono un tetto per qualche mese. Ma senza un modello strutturato di accompagnamento sociale, finisce per essere una toppa temporanea su una ferita profonda. E così il dibattito in corso non riguarda più soltanto le associazioni. Ma sta coinvolgendo economisti, statisti e operatori sociali che chiedono politiche abitative nazionali, un forte investimento in inclusione sociale e misure che siano continuative e non emergenziali. (L’INDIPENDENTE). L’Istat, insieme alla Fio.Psd, come abbiamo detto, ha avviato progetti di rilevazione per censire le persone senza dimora in Italia. Questo sforzo nasce dalla consapevolezza che senza dati affidabili non si possono costruire politiche efficaci. Avvenire
Se è vero, come è vero, che la strada non è solo un luogo geografico, ma misura la distanza tra chi vive dentro il sistema sociale e chi ne resta escluso, allora quella distanza si può ridurre solo con misure concrete, reali, partendo anche dal distribuire coperte e maglioni pesanti.
In allegato, qui sotto, il Report completo elaborato dall’Osservatorio fio.PSD


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