di Simone Casiraghi
C’è una domanda che ritorna, ostinata, ogni volta che incrocio uno sguardo sotto un portico, su una panchina, lungo un marciapiede. Una domanda che non nasce dalla curiosità, ma dal dubbio, e che col tempo ha smesso di cercare risposte facili.
Mi chiedo se chi vive in strada riesca ancora a immaginare un domani diverso. Se, almeno una volta, abbia chiuso gli occhi per gioco o per bisogno, provando a disegnare un’altra vita possibile. O se, al contrario, quel futuro sia stato accantonato, messo da parte come qualcosa che fa troppo male guardare.
La viat sulla strada è logorante. Un dato deve essere chiaro, almeno all’inizio di questo percorso: dietro a ogni situazione di strada , che all’inizio raramente è una scelta, si concatenano vicende spesso moto triste, drammatiche, moto diverse e disparate.
Sono interrogativi “sbagliati”, perché rischiano di dire più di noi che di loro. Perché costringono a fermarsi, ad ascoltare davvero, e a mettere in discussione l’idea – rassicurante per chi osserva – che la strada sia solo una parentesi da cui “uscire”.
È da qui che comincia questo racconto. Da quando, fin dall’inizio della mia avventura con gli Amici di Gastone, ho iniziato a chiedermi: ma è possibile che i nostri amici sulla strada non abbiamo voglia di un futuro diverso? Anche solo di una ipotesi di vita diversa? Possibile che non abbiano mai avuto il desiderio, anche solo per gioco, di chiudere gli occhi e di pensare a una vita diversa, a come potrebbe essere la vita che vorrebbero fare dopo questa dura esperienza?

Le domande nascono e partono da due contro-riflessioni messe a fattor comune. La prima, mi arriva da un amico, Angelo, con cui facciamo il nostro giro fra i senza dimora a Milano. Angelo mi dice: il tuo è un giudizio: tu giudichi sbagliata la loro scelta. Non è così certo, invece, che vogliano uscire da questa situazione, non devi giudicare la loro condizione solo perché vivono in strada e tu credi sia sbagliata. Devi guardare alla loro condizione come a una loro scelta di vita, una scelta voluta e consapevole. Chi sei tu per decidere che devono uscire, lasciare la strada? Chi ci dice – è la conclusione chiave di Angelo – che loro non vivano invece una condizione di serenità, tranquillità interiore, perfino di felicità personale proprio perché sono in strada?
In sostanza Angelo sostiene che il senso di inquietudine e di frustrazione legato a come sono stati trattati e respinti dalla “nostra” società civile li abbia spinti a scegliere di chiudere il “grande” mondo fuori dal “proprio” mondo. Una sorta di rivincita per attenuare il dolore.
Rifletto: allora già questa, la strada, è una scelta di futuro possibile. Da qualche parte ho letto che già immaginare possibili futuri per “abilitare decisioni consapevoli è un atto di liberazione”. E loro, così facendo, si sono liberati di ogni curiosità verso l’avvenire, verso un futuro che per definizione, invece, è “un immenso, indistinto, affascinante, pauroso, desertico arco popolato solo da domande”.

Seconda riflessione. Ogni volta che parlo con qualcuno che vive in strada, scopro che stanno in strada da 5, 10, 12, 17 anni. E già il fatto di essere diventato amico perché ormai sono due anni che ci vediamo in sostanza ogni settimana, mi sembra incredibile.
Rispetto sempre ogni scelta libera, quindi anche la loro. E so benissimo che dare una svolta, non è così facile, non tutto, anzi moltissimo non dipende solo da loro.
E così ho chiesto a Sofia di spiegarmi meglio, di aiutarmi a capire cosa non riesco a capire. Sofia è una donna che vive in strada orma quasi da tre anni. E a lei ho chiesto se “la scelta di vivere in strada potesse effettivamente essere una scelta definitiva, consapevole, una scelta di vita”. Lei mi ha risposto così: “Vivere in strada può essere una scelta di vita, quando una persona non intenzione di uscirne. Diventa una scelta di vita quando si vuole farla diventare una scelta di vita defnitiva. Perché, in realtà, hai modo di uscire dalla strada, se vuoi. Non è impossibile uscirne, si può farlo tranquillamente. Solo che spesso restare in strada è la scelta migliore che ci spone davanti, perché è una scelta molto, ma molto comoda”.
Una scelta di “comodo”, quindi. Poi però è successo qualcosa di nuovo e di molto forte: sia Sofia, dopo tre anni, sia Antonello, dopo 17 anni, e forse entrambi per la prima volta, hanno confessato molto onestamente che sono stanchi, che non ne possono più di dormire sul marciapiede, che vorrebbero trovare un tetto vero. Non glielo avevo mai sentito dire. O forse non glielo avevo mai chiesto.
Sofia aveva già lasciato la strada per quasi 3 mesi, si era riparata in uno ostello, al coperto, al sicuro. Stava guardando avanti, lo aveva detto da “convinta”. Poi però, era tornata in strada. Non ha mai spiegato il perché di questo ritorno. Solo quasi un anno dopo, ci ha fatto capire il perché: una questione di dignità personale, nessuno vivrebbe volentieri senza sentirsi a proprio agio “in casa d’altri senza sentirsi solo un ospite”, senza avere la possibilità di confermarsi nella propria autonomia materiale e psicologica. “Che vita sarebbe stata, dover dipendere da tutto e da altri, dove sarebbe andata a finire la mia dignità di persona?” si chiedeva Sofia. Qui capisco forse più facilmente quando intravedo una qualità della vita e della persona permeate da forte incertezza e che mette il futuro fortemente a rischio altro che opportunità da cogliere per migliorare il proprio futuro.

Antonello a dicembre aveva buttato il cuore in avanti, oltre la sua tenda piazzata stabilmente sotto i portici. Lo aveva buttato in avanti per agganciarlo alla pensione, forse l’unica cosa concreta del suo precario orizzonte: “Sopporto ancora due anni e poi me ne vado da qui, sono sfinito”. Non sapeva, forse sperava e per questo non lo diceva, che ci sarebbe stato un modo di ridurre quei tempi. Prima della fine dell’anno un aiuto concreto gli ha permesso di anticipare l’abbandono della strada. Oggi Antonello sono quasi due mesi che dorme in un letto vero, dentro una casa vera. Lo abbiamo incontrato qualche giorno dopo questa “svolta”, ha detto che era felice perché per la prima volta dopo moltissimi anni di strada era “tornato padrone di casa”, riusciva a fare quello che voleva fare, come se fosse stata la conquista più importante della sua vita.
Ma felicità di Antonello a parte, il vero dato di questa parte di storia è tutta dentro la scoperta, parlando con loro, ascoltare ciò che hanno veramente come idea di futuro in testa, e scoprire che alla fine hanno realmente un’ipotesi di vita diversa in fondo al cuore. Credo sia un primo mattone su cui costruire una porta d’uscita. Solo il rispetto delle condizioni e dei tempi necessari a loro per affermare la propria dignità consentirà di portare qualche mattoncino in più.
È già successo con Marco, con Mohamed, per esempio. Rinunciare sarebbe imperdonabile. Il passo importante è riuscire a cogliere tutto ciò che aiuta – uno sguardo, un pensiero, un desiderio – a interpretare come queste persone proiettano in avanti il loro sguardo, come elaborano i loro desideri, come coltivano le loro aspettative. Sarebbe un peccato non provarci.


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