di Simone Casiraghi
L’impianto del nuovo provvedimento sull’immigrazione nasce da una logica punitiva. Non ci sono dubbi. E, altro dato, c’è un’assenza che pesa più di ogni slogan: non c’è alcuna strategia sull’accoglienza. È un testo che irrigidisce ogni passaggio del percorso migratorio, dall’arrivo alla permanenza, fino alla possibilità di integrazione, e lo fa con l’idea implicita che la sicurezza, ammesso che sia questo il problema reale, si costruisce alzando barriere, limitando diritti, restringendo spazi di libertà. Non c’è nessun piano strutturale per l’integrazione, non un rafforzamento dei canali legali di ingresso, non un investimento sul sistema territoriale, sistema soprattutto dei Centri d’accoglienza, che già oggi pregiudica e compromette moltissimi tentativi di integrazione e di immissione al lavoro di persone straniere anche se già regolari. C’è invece un impianto costruito attorno a interdizioni, espulsioni, trattenimenti e sanzioni.
Una scelta di governo e della politica molto chiara, coerente con la cultura del governo, ma che rischia di trasformare ancora di più rispetto a quanto è già oggi la gestione dei flussi in un esercizio di esclusione sistematica, di respingimento a priori più che in una strategia capace di governare un fenomeno complesso. Le cronache dei giornali di questi giorni lo mostrano con nettezza: «Blocco navale “temperato”, espulsioni più facili e stop ai cellulari nei Cpr» scrive il Corriere della Sera; «Blindare sempre di più i suoi confini» sintetizza la Repubblica. Parole come “blindare”, “difesa dei confini”, “blocco navale” e “sicurezza nazionale” sono termini che diventano simbolo di queste scelte ideologiche.
Ma il punto più rilevante è un altro, politico e culturale. Che porta a una domanda. Ed è questa: che cosa racconta questo provvedimento sul clima culturale del Paese?

Le misure sono chiaramente l’espressione di un governo di destra, ma prima ancora, rispetto al passato non si tratta soltanto di un giro di vite. Il cambiamento è di paradigma. Se negli anni precedenti il dibattito oscillava tra gestione dei flussi e politiche di contenimento, oggi l’asse si sposta nettamente verso una concezione securitaria del fenomeno migratorio.
E tutto questo, va ricordato, è anche l’espressione di un voto popolare. L’Italia oggi vota con la pancia, e la pancia chiede sempre sicurezza, rassicurazione immediata. O meglio: chiede la sensazione della sicurezza perché la sicurezza è evocata in gran parte come una costruzione da far percepire, al di là che sia vera o no. Insomma, è una percezione costruita, alimentata, spesso distorta, che identifica nello straniero la minaccia, nel migrante il pericolo, nell’arrivo via mare l’invasione. Con l’evidente assurdità di vedere “la minaccia ai confini” da parte di persone che arrivano, quando riescono a sbarcare, su gommoni malmessi, spesso alla deriva, persone sfinite dalla fatica, dalla fame, dalla sete.
Questa sarebbe la minaccia ai confini? Una percezione che poi non trova riscontro nemmeno nei dati, ma che trova enorme spazio nel dibattito pubblico.
Il risultato è un altro paradosso: si costruiscono norme severe per rispondere a un problema che non è la sicurezza, ma la paura di non avere abbastanza sicurezza. E non è solo sicurezza fisica, ma precarietà economica, fragilità sociale. In questo contesto l’immigrazione viene venduta e fatta percepire come un fattore destabilizzante, lontano dal dato reale. L’immigrato diventa il simbolo tangibile di un disagio più ampio. E la politica traduce questa emozione in norme che promettono ordine, fermezza. Quindi, si irrigidiscono i confini per nascondere l’assenza di una strategia di accoglienza. Si puniscono i migranti per coprire la mancanza di politiche di inclusione. Si parla di ordine pubblico per evitare di parlare di lavoro, di integrazione, di percorsi di autonomia. Si trasformano persone in simboli, simboli in minacce, minacce in strumenti di propaganda.

Eppure, c’è anche un profilo etico da tenere presente: dietro ogni barcone e a ogni persona che quei barconi trasporta ci sono storie di fuga da situazioni di forte criticità e pericolo, dietro ogni richiesta d’asilo c’è una vita sospesa, dietro ogni arrivo c’è qualcuno che scappa da guerre, persecuzioni, miseria, assenza di futuro. Le norme approvate non rispondono agli appelli di queste storie: le respingono. Non costruiscono un sistema più giusto: lo rendono più duro. Non affrontano il nodo strutturale, come accogliere, come integrare, come trasformare la migrazione in una risorsa. Ma lo eludono.
Questi provvedimenti sono la via più semplice da comunicare e la più difficile da sostenere sul piano morale. Una via che parla alla paura, non alla responsabilità. Sono provvedimenti che invece di promette sicurezza vera, rischiano di produrre solo nuova invisibilità, marginalità, esclusione. Le ricerche di Istat e ministero dell’Interno mostrano come l’incidenza dei reati sia legata soprattutto a condizioni di marginalità sociale, irregolarità forzata, esclusione dai percorsi di integrazione. Esattamente il risultato di questo tipo di politiche. Raccontare l’immigrazione come minaccia funziona sul piano del consenso politico, insomma crea voti. È semplice, immediata. Quando la politica sceglie prevalentemente il registro della punizione, risponde a una paura collettiva ma rischia di alimentarla ulteriormente, invece di governarla. È su questo terreno, È su questo terreno, più ancora che sulla linea tracciata in mare, che si misura la qualità e tenuta democratica di un Paese.

Queste le misure approvate dal governo e che ridisegnano l’impianto della politica migratoria in Italia:
➡ Torna il blocco navale, questa volta con una cornice giuridica più articolata: il governo potrà interdire l’ingresso nelle acque territoriali per periodi fino a sei mesi in presenza di minacce alla sicurezza nazionale, pressioni migratorie eccezionali o emergenze sanitarie.
➡ Le navi che violano il divieto rischiano multe fino a 50 mila euro e la confisca del mezzo.
➡ I migranti a bordo potranno essere trasferiti in Paesi terzi, anche se non provenienti da Stati considerati “sicuri” dall’Unione Europea (vedi Albania).
➡ Irrigidite le condizioni per ottenere la protezione speciale: serviranno almeno cinque anni di soggiorno regolare, una conoscenza certificata dell’italiano e requisiti abitativi e finanziari più stringenti.
➡ Nei Cpr diventano più chiusi e meno trasparenti e controllabili. Arriva il divieto di utilizzare liberamente i cellulari, che saranno custoditi dal personale, e quello di registrare video o audio, in strutture già da anni al centro di denunce per abusi e condizioni degradanti.
➡ Sarà più difficile ottenere la protezione speciale, l’asilo politico: negli ultimi anni aveva rappresentato una valvola di umanità per chi non rientrava nei criteri dell’asilo politico. Le espulsioni saranno più rapide e applicabili a un ventaglio più ampio di reati, fino alla semplice partecipazione a una rivolta interna ai centri di permanenza.
➡ Si restringono ulteriormente i ricongiungimenti familiari e la protezione complementare.


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