di Simone Casiraghi

C’è un momento, nel volontariato di strada, in cui la buona volontà non basta più. È il momento in cui qualcosa si incrina, una parola pesa più del previsto, un gesto viene frainteso, una tensione esplode.
Prendo spunto per questa riflessione, da quanto è accaduto qualche tempo fa durante il nostro consueto giro serale di distribuzione e incontro con le persone sulla strada: Roberto, storico volontario del nostro gruppo, è stato fatto oggetto di offese verbali e minacce.
La sua testimonianza diretta vale però più di ogni sintesi: “Durante il nostro solito giro sono stato oggetto di offese verbali e di minaccia. Questo non perché io direttamente coinvolto, ma perché mi sembra giusto ragionare sull’episodio con voi. So che episodi del genere possono far parte del nostro agire. Penso anche, indipendentemente da chi di noi ne è coinvolto, serva in alcuni casi un agire e una risposta silenziosa del gruppo; non ho la pretesa di avere una soluzione, credo che davanti a questi “incidenti” si debba tutti assieme reagire, ad esempio sospendendo ogni qualsiasi distribuzione, spostandosi e invitando a spostarsi anche i nostri amici in attesa di qualcosa che stanno richiedendo. La sera, nel ritorno, mi sono fatto un esame anche sul mio comportamento: sono stato additato come “cattivo”, “scortese”; una mia interlocuzione con chi troviamo nel giro, qualora ci fosse bisogno, è stata e sarà sempre quella di ricordare che la persona che ci troviamo davanti è importante quanto lo sono gli altri che andiamo ad incontrare. Detto questo, queste poche righe vogliono essere un confronto con voi , aperto a tutte le osservazioni, anche critiche”.


Non credo che si tratta di fare critiche. Non credo nemmeno che sia da considerare un fatto eccezionale, infatti non è la prima volta di essere coinvolti in momenti, diciamo, di “tensione”.
Ma è stato un fatto reale, accaduto, e proprio per questo prezioso da raccontare per quello che ci può far capire e insegnare. Non per cercare colpevoli, né per costruire alibi. Ma per fermarsi a riflettere.
Roberto, del resto, lo dice con chiarezza: episodi del genere fanno parte dell’agire in strada. Eppure, credo, non possono essere archiviati come “incidenti di percorso”. Ogni tensione racconta qualcosa. Spesso non parla solo di chi la scatena, ma anche di come si entra in relazione. E il punto allora, forse, è che questi momenti non dovrebbero proprio accadere, nel senso che si dovrebbe essere grado di non farsi trascinare fino in fondo, e non farsi coinvolgere fino ad arrivare alla risposta “seccata”.
La strada, lo sappiamo, è un luogo fragile. Chi la abita vive spesso in una condizione di allerta permanente. Chi incontriamo ci racconta praticamente ogni volta quanto devono difendere i propri spazi, le proprie povere cose, i propri tempi, le poche certezze rimaste. Ogni distribuzione, ogni incontro, ogni parola pronunciata ha un peso che va oltre l’intenzione di chi la dice.
È qui che, ed è il tasto che voglio premere con forza, la formazione di noi volontari diventa decisiva, nella gestione di una relazione corretta, né troppo espansiva, ma nemmeno forzatamente timida.
Nel racconto di Roberto emerge un passaggio chiave: il gruppo, di fronte alla tensione, avrebbe potuto reagire in modo condiviso, silenzioso, compatto. Sospendere la distribuzione, spostarsi, invitare tutti a fare lo stesso. Non come punizione, ma come gesto di tutela collettiva. Questa non è improvvisazione: è competenza. È capacità di leggere una situazione, di non personalizzare l’aggressività, di proteggere sé stessi e gli altri.


Roberto si interroga anche sul proprio comportamento. È stato definito “cattivo”, “scortese”. Parole che feriscono, ma che aprono una domanda scomoda: quanto siamo preparati a gestire la relazione quando l’altro è in difficoltà, frustrato, arrabbiato? Ricordare che ogni persona incontrata è importante quanto tutte le altre è un principio giusto. Ma comunicarlo richiede abilità specifiche.
Servono competenze relazionali: ascolto attivo, controllo del linguaggio verbale e non verbale, capacità di mantenere calma e postura adeguata. Serve una comunicazione informata dal trauma, capace di riconoscere che dietro una reazione aggressiva spesso c’è paura, esclusione, umiliazione. Serve soprattutto il lavoro di gruppo: nessun volontario dovrebbe sentirsi solo nel gestire una crisi. Ma tutti dovrebbero sapere che cosa fare insieme, condividere prima regole e comportamenti, affinando insieme una serie di abilità e competenze minime.
Questo episodio dimostra una verità spesso taciuta: aiutare è un’azione complessa. Senza formazione, anche le migliori intenzioni possono generare incomprensioni e conflitti. La preparazione non toglie umanità al volontariato, la rafforza. Offre strumenti per evitare escalation, per proteggere la dignità di chi riceve e di chi offre aiuto. Formarsi, cioè, significa imparare a stare. Nella fatica, nel disagio, nella tensione. Significa trasformare un momento critico in un’occasione di crescita collettiva. Perché la strada non perdona l’improvvisazione. E perché prendersi cura degli altri inizia sempre dal prendersi cura anche (forse soprattutto) di come lo si fa. Potrebbe essere un inizio.


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