di Simone Casiraghi

Per moltissimi giovani, sempre più il rischio di finire in strada, di vivere in strada sta diventando un’alternativa alla casa, all’incertezza, alla tensione familiare, a relazioni fragili. In questi giorni ci è arrivato sul cellulare l’allerta e la richiesta di aiuto di una mamma per il figlio Diego, 14 anni, scappato di casa. Da sei giorni ormai non ha più notizie di lui. Le ultime indicazioni delle autorità, che hanno aperto un fascicolo di indagine, lo darebbero nel milanese, forse insieme ad amici. Una notizia, un dramma che, riflettendo su quanto vediamo ogni volta nelle poche vie che battiamo durante i nostri giri del venerdì sera a Milano, si infrange contro uno scoglio di realtà: la presenza crescente di giovani che vivono in strada dopo aver lasciato o essere scappati di casa o dal proprio paese. Li vediamo sempre più numerosi.
E sono loro a spiegare perché sono lì.
“Da dove veniamo non c’erano alternative”; “Non riuscivo più a stare con mia madre, si litigava in continuazione”; “Abbiamo provato a spostarci qui, a Milano, per vedere se c’era qualcosa da fare, lavoretti…”. Ieri sera abbiamo incrociato per la prima volta Dario, ci ha chiesto qualche soldo: “Ho perso il lavoro per via di un incidente, non mi hanno più ripreso. Sono in strada, ma lo sono da quano avevo 15 anni, troppi litigi e scontri continui con mia mammma…”.
Giovani soli, coppie di giovani, ragazzi non sempre o solo stranieri che vivono e dormono in strada, sotto le gallerie della città. Tutti con non più di 25 anni. Giorgia e Riccardo arrivano da Torino, 21 e 24 anni, hanno lasciato casa insieme, soffrono di tossicodipendenza. Jasmine ha 25 anni, è di Brescia, ha lasciato casa per via della madre, rapporti tesi e litigi continui. Loris, si vede spesso nelle stazioni della metro, con il suo cane. Da sotto una tenda, Aisha, due occhi nerissimi, tunisina di 23 anni, è appena tornata da Rimini, dove ha terminato la stagione come addetta alle pulizie di un albergo. Ora prova qui a Milano. Gli ultimi due giovani, una coppia, li abbiamo incontrati una settimana fa, arrivavano da Napoli, Eleonora, 21 anni ci ha detto che “siamo venuti a Milano per vedere se potevamo trovare qualcosa da fare”. Hanno zaini, cellulari, qualche soldo ancora… ma ora vivono tutti in strada, dormono sui marciapiedi della città, in qualche angolo. Altro dato che li fa uguali, tutti hanno lasciato la propria casa per una sfida, cambiare prospettiva. La strada, almeno all’inizio e ad ascoltarli, è il prezzo da pagare. In più la strada, dicono soprattutto i più giovani, viene interpretata come l’occasione sempre mancata: offre un senso di appartenenza (altri ragazzi nella stessa condizione); non ci sono regole, è uno spazio di libertà, nessuna richiesta di spiegazione.

Giovani e ragazzi che guardano sempre più alla strada cme via di riscatto


Non è sicuramente legittimo affermare che ci sia una associazione diretta tra la fuga da casa e la vita sulla strada. Non è un destino inevitabile, associare la fuga da casa a un possibile futuro di vita sulla strada non è un’esagerazione, ma nemmeno una condanna automatica. La prima insomma non determina categoricamente la seconda. Non solo, molti studi e analisi di pedagogia concordano sul fatto che la fuga da casa è comunque “un potente indicatore di vulnerabilità, ma non una causa automatica di marginalità estrema”.
C’è però un risvolto della medaglia, confermato dalla realtà vera. Moltissime analisi spiegano che può essere legittimo associare la fuga a un’alta probabilità di questo rischio e di entrare in una traiettoria di marginalità, inclusa la vita sulla strada. Continuare a vivere sui marciapiedi, in una situazione oggettiva di esclusione sociale, aumenta sicuramente la probabilità che la strada diventi poi ed effettivamente una o l’unica possibilità concreta, non solo simbolica di una “svolta”.
Senza entrare nelle pieghe del fenomeno, questi giovani non fuggono sempre da famiglie violente o da situazioni estreme. Più spesso scappano da contesti che non offrono prospettive: piccoli centri impoveriti, lavori precari, relazioni familiari fragili, scuole che hanno smesso di rappresentare un ascensore sociale. E Milano, come altre grandi città, abbiamo sentito da loro diventa una promessa. Molto spesso disattesa.
Le ricerche sul fenomeno delle persone senza dimora indicano che circa un terzo di chi vive in strada ha meno di 30 anni, e una quota crescente è composta da giovani italiani, non più soltanto da persone migranti o anziane. Nelle città italiane vivono circa 96mila senza tetto e senza fissa dimora, di cui quasi 13mila sono minori con meno di 18 anni. Non solo, secondo l’ultimo rapporto Caritas, i giovani tra i 17 e i 29 anni rappresentano il 18% del totale delle morti tra le persone senza dimora. Questa fascia d’età risulta la seconda più colpita, subito dopo i 40-49enni. Si tratta perlopiù di giovani uomini (89%) e di nazionalità straniera (92%). Non di rado sappiamo quanto circondati da indifferenza generale, vivendo come invisibili, aspetto più volte denunciato dalle organizzazioni che si occupano del tema (qui per approfondire: fio.Psd, Sant’Egidio, Caritas).


Chi oggi vive in strada a venti o a trent’anni racconta spesso di una fuga precedente: da casa, da una comunità, da un paese che non offriva nulla. Non sempre la fuga nasce da un trauma violento. A volte è una somma di frustrazioni: lavori promessi e mai arrivati, famiglie incapaci di sostenere, scuole che hanno certificato il fallimento invece di contrastarlo. La partenza verso una grande città viene vissuta come una svolta. E dormire per strada, all’inizio, come una fase temporanea, quasi una prova da superare.


Ed è una prova durissima da superare. Lo constatiamo ogni giorno, perché, ancora loro ce lo dicono chiaramente: senza una rete di relazioni solide, senza un domicilio, senza documenti aggiornati o residenza (anche solo fittizia), trovare lavoro stabile diventa quasi impossibile. I servizi sociali intervengono spesso quando la situazione è già compromessa. La scuola, che potrebbe intercettare il disagio prima della fuga, è raramente messa in condizione di farlo. Le famiglie, quando esistono ancora, oscillano tra conflitto e impotenza.
Per i più giovani il pericolo sale vertiginosamente perché la fuga da casa è uno dei principali fattori di rischio per una futura condizione di marginalità. Non è un destino scritto, abbiamo detto, ma diventa una probabilità che cresce nel tempo. Ogni notte passata in strada aumenta l’esposizione a criticità, a violenze, sfruttamento, a dipendenze. Non è quasi mai un a scelta consapevole, è ciò che rimane. E se si entra in questi circuiti, le cronache lo raccontano puntualmente, tornare indietro diventa difficile. Un operatore sociale ha scritto sul suo profilo social che “i minori scomparsi vengono trattati come emergenze temporanee. I giovani senza dimora come un problema di povertà adulta. Manca uno sguardo che tenga insieme le due cose. Manca una strategia che riconosca la fuga come un segnale precoce, non come un incidente isolato”.
Le storie raccolte sulla strada raccontano proprio questo: giovani che non cercavano la strada come epilogo, ma solo un’occasione. Giovani che non volevano sparire, ma ricominciare. La fuga da casa e la vita in strada non sono due fenomeni distinti e separati. Ma spesso diventano capitoli della stessa storia personale. Spesso di esclusione sociale.


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