di Simone Casiraghi

Ciro, Luigi, Enzo, Fosco, anche la bellissima Katia una casa ce l’hanno. Le chiavi le tengono in tasca, come tutti. Eppure tutti vivono in strada. Non perché non abbiano un tetto, quindi. Ma perché dentro quelle mura, dicono, si sentono troppo soli. La solitudine però non è semplicemente “stare da soli”: è la percezione di una disconnessione profonda dai legami significativi, dalla società e dalle reti di sostegno che normalmente danno senso alla vita. E questa disconnessione può diventare un’esperienza quotidiana, strutturale e profonda.
Ciro, napoletano estroverso, una sera, durante uno dei nostri incontri, è stato il più esplicito di tutti nel farci capire questa disconnessione. “La solitudine mi schiaccia, mi fa paura. A casa rischio di impazzire”. Raramente si lascia andare in pensieri personali, il più delle volte quando lo incontriamo in strada, lascia emergere la sua vera natura di napoletano spavaldo e a volte perfino arrogantello. Per cui questa volta lo ascoltiamo, e crediamo alla sua confessione: “A casa sarei solo, non c’è nessuno da vedere, nessuno con cui parlare e il silenzio diventa assordante. Nessun volto che confermi di esistere davvero”.


Mi viene in mente la storia di Gastone, il clochard che, oltre a dare il nome alla nostra Associazione, si è lasciato morire in casa dopo essersi barricato e chiuso dall’interno con catene e lucchetti. Gastone aveva appena trovato un’abitazione che lo aveva strappato dal divisorio delle biglietterie della stazione centrale di Milano. Ma è morto in una casa, non negli androni della stazione. In una casa dove Gastone si sentiva solo e dove, improvvisamente, in quella nuova vita è stato preda da angoscia e diffidenza. Nel libro di Tobia Scarrocchia, Freddo sul viso, si racconta che Gastone “all’inizio, quando entrò in casa, sembrava che tutto filasse liscio. Ma poco tempo dopo, Gastone si sentiva solo. E alla fine la diffidenza si impose, non voleva vedere più nessuno, nemmeno gli amici che lo andavano ancora a trovare. Si munì di catene e lucchetti e si chiuse ermeticamente in quella casa. E un giorno staccò la spina. Gastone era morto come era vissuto, solo e abbandonato”. Gastone non era più riuscito a ricostruire le sue relazioni, di fiducia sociale e di contatti significativi anche stando sulla strada.

Il libro “Freddo sul viso”, Racconti di Tobia Scarrocchia (Ed. Nuove Frontiere)

Un rischio che Ciro ha scelto di evitare, “scegliendo” il marciapiede come abitazione. Una tenda montata alla buona, il freddo d’inverno e il caldo soffocante d’estate. Una scelta che a molti appare incomprensibile, ma che nasce da un bisogno elementare: non restare solo.
La solitudine, prima ancora della povertà materiale, è una ferita profonda. Colpisce chi vive per strada, ma non nasce sulla strada. Spesso la precede, la accompagna, la rafforza. Studi e ricerche lo dicono con chiarezza: l’isolamento sociale fa male. Accelera il decadimento cognitivo, indebolisce il corpo, aumenta il rischio di depressione e ansia. Chi è solo vive peggio e muore prima.
Eppure la solitudine è diventata una condizione normalizzata. Un effetto collaterale della vita moderna, qualcosa da sopportare in silenzio.
Per chi vive in strada, però, la solitudine non è un concetto astratto. È una presenza quotidiana, concreta, che si intreccia con il freddo, con la fame, con la paura. Uno degli ultimi decessi fra i senza dimora, in una notte fredda di dicembre. È stato un uomo accasciato fra i carrelli di un supermercato. A ucciderlo, più del freddo, sembra essere stata l’assenza di qualcuno che si potesse accorgere che stava cadendo. E sono proprio i luoghi in cui vengono ritrovati i corpi a raccontare molto più di qualsiasi statistica: strade, portici, binari ferroviari, corsi d’acqua. A volte ospedali o carceri, dove persone senza dimora finiscono dopo un malore o un’aggressione e muoiono comunque sole. È il segno evidente di una rete che manca. Non solo una casa, ma relazioni, accompagnamento, cura.

I dati parlano di ipotermia e malori, certo. Ma parlano anche di aggressioni, incidenti, incendi, cadute, suicidi. In molti casi la causa non è un singolo evento, ma una somma di fragilità. Oltre il 40 per cento dei decessi è legato a eventi traumatici e accidentali. La solitudine amplifica tutto: rende più vulnerabili, meno reattivi, più esposti.
Gli ultimi dati indicano che Roma, Milano, Torino, Napoli, Genova, non sono più solo le grandi città a contare i morti invisibili. Il fenomeno attraversa anche centri medi e piccoli comuni. La strada non è un’eccezione metropolitana: è una possibilità concreta ovunque manchi una rete sociale capace di intercettare chi scivola ai margini.
Per questo la “confessione” di Ciro interroga tutti. Perché racconta una verità scomoda: a volte la strada appare meno solitaria di una casa vuota. Almeno lì qualcuno passa, qualcuno guarda, qualcuno parla. Anche solo per pochi minuti. La tenda diventa un presidio fragile contro l’isolamento totale.
Operatori, volontari, associazioni lo ripetono da tempo: non è solo una questione di emergenza abitativa. È una questione culturale e relazionale. La solitudine è una violenza silenziosa, che precede e accompagna la marginalità estrema.
Viene sempre ricordato, ogni anno, i cosiddetti “momenti di memoria collettiva”, come quelli promossi dalla Comunità di Sant’Egidio, quando i nomi dei senza dimora scomparsi vengono letti uno a uno. Tra loro c’è ancora Modesta Valenti, una signora morta alla stazione Termini nel 1992. Un nome che continua a pesare come un monito contro l’indifferenza.
Uscire dalla strada significa anche uscire dalla solitudine, quindi. E questo vale per tutti. Per chi una casa ce l’ha, ma non una rete. Per chi vive sotto una tenda e ha bisogno, prima di tutto, di essere visto. Dal riconoscimento dell’altro come persona, prima ancora che come problema da risolvere.


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